venerdì 12 novembre 2010

Quelle di FAS si scatenano: concessa l'incapacità di intendere e di volere ad un uomo che ha ucciso la moglie

Ammazzare la moglie con sessanta coltellate e farla franca: è il titolo di un post del solito blog, riferito stavolta alla vicenda di un uomo, Mauro Rozza, che ha ammazzato la moglie Maria Casamassima. Questo secondo loro è l'articolo del Corriere della Sera in cui si opera l'assoluzione mediatica dell'assassino. Ma riportiamo il testo (http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2010/11/12/ammazzare-la-moglie-con-sessanta-coltellate-e-farla-franca/)
L’anno scorso un uomo ha ammazzato la moglie, Maria Casamassima, con sessanta coltellate. Poi si è costituito. La Corte di Cassazione lo condanna a dieci anni di ospedale psichiatrico giudiziario per incapacità di intendere e di volere [è l'ospedale psichiatrico che non riescono a digerire...].

Il Corriere della Sera pubblica di una sua ipotetica assoluzione [abbiamo provato a contattarle per chiarimenti ma non ci siamo riusciti...]; forse a quelli del Corriere sfugge che se una persona viene assolta non è costretta a restare rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario per dieci anni [se non capite niente di giurisprudenza tacete: l'uomo è stato assolto per vizio di mente ma obbligato al ricovero coatto perché considerato socialmente pericoloso]. Ma se davvero un assassino è stato assolto allora si apre un capitolo nuovo della giurisprudenza italiana. Anzi vecchio. Risale al tempo in cui dopo l’abrogazione del delitto d’onore quasi tutti gli assassini di donne venivano assolti con la stessa formula “incapacità di intendere e volere” per un tacito accordo tra tribunali e assassini, dove la psichiatria, come accade spesso tutt’ora, andava in soccorso ai carnefici per imprimere invece un controllo sociale sulle persone più deboli, donne in primo luogo [si legga a tal proposito questo post e quest'altro].

Volendo dunque propendere per la buona fede del titolista, diciamo che il messaggio che così viene dato è che se sei “depresso”, ipotesi avanzata come attenuante dalla stampa in qualunque occasione, e accoltelli tua moglie sessanta volte puoi farla franca. Te la cavi con poco [dieci anni di ricovero forzato non ci pare proprio pochino, almeno in confronto ai tre della Loprete...]. Giusto un contentino da dare alla società per dire che degli assassini la giustizia in qualche modo si prende “cura”.

E la deriva della pietà per l’assassino malato è una cosa costruita sapientemente a partire dai processi mediatici. Spesso e volentieri si dice che sia stata lei a far impazzire lui e dunque ad essersi in qualche modo meritata la morte.

In realtà troppi di questi uomini ammazzano le donne che vogliono andare altrove, non vogliono più restare con loro, vogliono fare scelte autonome, vogliono lasciarli. E se il femminicidio viene interpretato come conseguenza di una patologia clinica allora si può anche dire che di questa particolare patologia soffrono in troppi: si chiamano misogini, maschilisti, patriarchi, padri padroni e sono culturalmente e socialmente legittimati ad essere quello che sono. Quindi possiamo dire che si tratta di una patologia sociale o di un modello culturale costruito dagli uomini che nelle aule di giustizia si sono creati una scappatoia giuridica per ottenere una punizione minima[strano allora che questa cultura patriarcale abbia abolito il delitto d'onore]?

Sul senso delle punizioni potremmo parlare a lungo ma quello che per ora serve dire è che se questo è il parametro attraverso il quale si affronta un'emergenza così ampia come quella che colpisce direttamente troppe donne ogni giorno si può proprio dire che non c’è alcuna forma di giustizia interessata a prevenire la loro morte.

Viviamo tutti in un manicomio sociale che protegge i carnefici e infligge punizioni atroci alle vittime. E tutto questo non è affatto giusto perché le donne hanno il diritto di restare vive ed è è un diritto che a loro viene negato troppe volte.
insomma, del problema dei malati mentali che uccidono a loro interessa solo un aspetto: quello degli uomini che "impazziscono" e uccidono le donne, vaneggiando intorno a presunti giustificazionismi socio-giuridici del carnefice e colpevolizzazioni della vittima che vedono solo loro. Confido sul fatto che una persona sana di mente riesca a percepire il problema a prescindere dal fatto che l'assassino sia uomo o donna: esistono matti e matte che uccidono. E la vita è sacra per carità: ma anche quella dei maschi (soprattutto dei bambini), se permettete.

La realtà è che il riconoscimento del vizio mentale per gli uomini è un fatto abbastanza eccezionale: ma a noi non interessa tanto questo fatto perché non abbiamo alcun interesse (o mania) a fomentare il conflitto di genere come invece stanno facendo queste qua. Diciamo semplicemente che esistono dei criteri di valutazione in sede di processo penale tramite i quali si decide sull'incapacità di intendere e di volere dell'imputato. Pur essendo opinabili (sia dal punto di vista formale, cioè per quello che concerne la loro stesura sulla carta, sia dal punto di vista sostanziale, cioè per quanto riguarda la loro applicabilità ai casi reali), ci pare giusto che una volta riconosciuti essi debbano essere applicati. Pure per gli uomini, una volta tanto.

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